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QUANDO NARCISISMO E DEPRESSIONE VANNO A BRACCETTO

Il binomio narcisismo e depressione è a mio parere un binomio decisivo per intendere più in generale le mutazioni antropologiche del nostro tempo.
Cosa intendiamo quando parliamo di patologia narcisistica con un fondo depressivo?
Un soggetto che sente di non avere alcun valore in sè (depressione) e che cerca di recuperarlo identificandosi a figure ideali che gli consentirebbero di edificare un Io più amabile (narcisismo).
Negli anni Cinquanta Helene Deutsch aveva definito con il termine di 'personalità come se' un preciso quadro clinico corrispettivo ad un soggetto senza mondo interiore, vuoto, staccato, dall'energia vitale del suo desiderio, privo di un senso proprio dell'identità, che trova una identità posticcia solo identificandosi a chi lo circondava, vivendo conformisticamente come fanno gli altri, adottando una maschera sociale rigida per colmare quel senso inestinguibile di superfluità che porta con sè. Una figura che Woody Allen nel 1983 ha raccontato con la sua caratteristica maestria nel film Zelig. Questo rappresentava un caso in cui la patologia mentale non consisteva più in una deviazione dalla norma, ma in un eccesso di adattamento alla realtà, in una esasperata assimilazione alla normalità.
Una versione contemporanea e aggiornata ai nuovi social network di questa figura si può trovare nei cosiddetti 'selfie', ovvero in coloro che tendono a fotografarsi di fianco a personaggi illustri o meno e in circostanze pubbliche di particolare valore storico o cronachistico, ma anche a riprodurre pubblicamente, grazie ad internet, i momenti più privati della loro vita per poi esibire ad un loro pubblico questa specie di reliquia post-moderna. Se la vita ha bisogno dell'autoscatto per certificarsi di esistere è perchè essa porta con sè un dubbio sulla propria esistenza. E' il sintomo clinico prevalente delle personalità 'come se': la percezione diffusa della propria inesistenza, l'assenza del sentimento della vita. Tutto avviene 'come se'.
Massimo Recalcati facendo un'analisi di questa mutazione antropologica del nostro tempo scrive : ' La nostra immagine è tristemente vuota (gli ideali collettivi e soggettivi sono evaporati) e può essere riempita solo grazie al cemento narcisistico offerto da un valore aggiunto: il personaggio famoso, l'evento imperdibile, l'uso della vetrina di Facebook, la moltiplicazione anonima delle amicizie, ma anche la pura esibizione della propria persona do fronte al pubblico anonimo dei social network'.
C'è quindi una dimensione autoreferenziale di un soggetto in realtà tristemente vuoto, che cerca il foraggiamento narcisistico attraverso il mondo, che non viene più fotografato ma serve come sfondo per una iniezione narcisistica a un soggetto che si vive come insignificante. La tesi clinica è che quando qualcuno ha bisogno di riprodurre incessantemente la propria immagine è perchè c'è un dubbio sulla sua effettiva esistenza. Come dire che potenzio la mia immagine proprio perchè ho un dubbio sulla sua effettiva tenuta. Scatto dunque sono, quindi 'autoscatto'.
E' indubbio che in molte di queste fotografie vediamo emergere un profondo senso di tristezza. Sotto la maschera non c'è niente: apparire prende il posto dell'essere che a sua volta si rivela inconsistente.
Esibire la propria vita non perchè essa assume il valore universale di una testimonianza, ma perchè senza questa esibizione essa correrebbe il rischio di non esistere.



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