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DESIDERARE E' RIVOLUZIONARIO

Desiderio è il nome che Lacan attribuisce alla possibilità di ritrovare un godimento svincolato dal narcisismo autistico dell'Uno e capace di potenziare la vita, di sottrarla al circolo vizioso della ripetizione e alle spirali mortifere della pulsione di morte.

Esattamente l'opposto di quanto accade oggi dove non è un caso che il consumismo prometta falsamente di liberare il desiderio, provando in realtà ad abrogarlo, ad estirparlo, ad annientarlo offrendo, in cambio a questa distruzione, la falsa promessa della guarigione del soggetto dalla divisione che lo affligge.
Il desiderio è metafora dell'esistenza ed è per questo che interrogarsi sul desiderio alla fin fine è interrogare quel senso di 'mancanza' che contraddistingue il nostro vivere, alla ricerca dell'altro/altra, dell'altrove, alla ricerca di una completezza, a suo tempo ben già espressa da Platone. Si desidera sempre quello che non si ha, quello che manca, e questa mancanza strutturale all'esistenza umana da cui il desiderio sorge non si deve mai estinguere. In questo senso il desiderio è desiderio dell'altro, e quindi anche riconoscimento nell'altro di una parte di noi che non ci appartiene e si crede possa completarci.
Il desiderio come desiderio dell'Altro mostra che il desiderio umano ha una struttura relazionale. Come scriveva Lacan non esiste desiderio senza l'Altro, perchè il desiderio non può bastare a se stesso; in altre parole il desiderio é il dono della mancanza dell'Altro , è il dono di quello che l'Altro non ha, è il dono della mancanza che la tua presenza e la tua assenza sanno aprire in me. E' da questa mancanza dell'altro e riconoscimento dell'altro che bisogna ripartire in direzione di un desiderio che è comportamento etico, e dopotutto per umanizzare la vita è necessario che intervenga il desiderio dell'Altro, perchè è solo questo desiderio che può rendere la vita umana 'creativa'.
E Lacan individua la prima forma di riconoscimento dell'altro da sè nel rapporto padre e figlio, laddove il desiderio come desiderio dell'Altro si soddisfa solo attraverso l'esperienza del riconoscimento. La figura paterna è figura di riconoscimento dell'altro da sè. Nella dialettica del riconoscimento fra padre e figlio c'è il dono della parola, in questo dono si compie il dissolvimento del padre che è in realtà la sua realizzazione più piena, negando se steso e dando il volo al figlio, perchè il dono della parola porta con sè la rottura definitiva dell'identità, l'impossibilità di uniformare la parola dell'altro alla propria, l'inesistenza di un'ultima parola sul senso della vita e della morte.
In questo senso il dono della parola dal padre al figlio è viatico alla vita, è l'incoraggiare ad un altrove, al desiderare un altrove, l'incontro con l'altro, nella consapevolezza che il senso di mancanza proprio del de-siderare e lo sguardo verso il cielo e la volta stellata in cerca di un nostro posto nel mondo siano il lancio al costruire il sè come relazione con l'altro.
Ma cosa succede se questo altrove, questa alterità vengono meno? La vita appassisce, si mortifica, s'inchioda sterilmenete al puro esistente.
Ed è quanto accade oggi dove il soggetto è ridotto a pura macchina pulsionale, a consumatore iperadattato di gadget, abrogando la dimensione creativa e indomabile del desiderio. Allora tornare a desiderare l'altro come completezza di sè, tornare a desiderare l'altrove può essere una rivolta nei confronti del nostro orizzonte presente, può rendere reale l'altrove, provocare una rottura, dare vita all'indignazione che non si adatta a ciò che esiste, ma che invoca il cambiamento, la trasformazione dell'esistente come esigenza della vita.
Insomma desiderare è rivoluzionario !



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